A cena con Loccisano

Paco De Lucia è sempre stato uno dei miei eroi musicali. Essendo io un modesto strimpellatore di chitarra, sono sempre stato affascinato non solo dal suo virtuosismo impeccabile, ma soprattutto dal coraggio che ha avuto nel rivoluzionare un linguaggio come quello del flamenco, stravolgendone i parametri senza mai tradirne lo spirito.
Ma perché parlo di De Lucia, se ci ha già lasciato le penne da un bel po’?

Perché per me Francesco Loccisano rappresenta per la chitarra battente esattamente ciò che De Lucia è stato per la chitarra flamenca. Un musicista capace di fare ciò che sembrava impossibile: portare la battente oltre i suoi confini tradizionali, senza snaturarla, rendendola contemporanea, libera, viva. Un rivoluzionario dello strumento e del genere, nel senso più nobile del termine.

Non eravamo ancora ufficialmente un’associazione, ma solo un’idea ostinata — e forse un po’ incosciente — quando abbiamo deciso di organizzare il nostro primo evento. Lo abbiamo fatto in un luogo che sembrava fatto apposta per accogliere un momento fuori dal tempo: la “Catoia” di Salimora, a Capo Vaticano. Al tramonto, mentre la luce cambiava lentamente e il mare faceva il resto, Francesco ha regalato al pubblico uno spettacolo musicale intenso e profondo, capace di mettere in silenzio anche i pensieri.

Loccisano

Nonostante i posti fossero limitati e messi a disposizione previa prenotazione, qualcuno ha pensato bene di darci buca all’ultimo momento. Dal punto di vista economico non è stata una mossa geniale per noi, ma poco importa: quello che è successo quella sera non si misura nei numeri. Assistere a qualcosa di raro e autentico, e poterne rivendicare la “patria potestà”, semplicemente non ha prezzo.

Dopo la musica, la cena. Ai fornelli Phillip Smith, chef americano trapiantato a Capo Vaticano: allegro, curioso e profondamente innamorato dei prodotti locali. La sua cucina ha saputo integrare i sapori del territorio in modo originale e sorprendente, accompagnando perfettamente l’atmosfera della serata e dimostrando che anche l’incontro tra mondi lontani può essere naturale e riuscito.

E dopo cena, tutti a casa, no?
No!

Galeotti furono il buon vino locale e la gioia di una socialità ritrovata. D’improvviso spuntano un paio di chitarre e si va avanti ad oltranza. Senza programmi, senza scalette.

Forse è anche per questo che ci chiamiamo Inutile: perché crediamo nel valore di ciò che non è immediatamente profittevole, in un contesto dove spesso l’utilità viene misurata solo in termini economici e dove l’aridità culturale e intellettuale è ormai data per scontata. Quella sera, nella Catoia di Salimora, abbiamo dimostrato a noi stessi che fare cose “inutili” può essere profondamente necessario.

Articolo di Francesco Certo